Strano ma bello.

 

Tu credi nelle favole?
Do you believe in magic?
Course I do!

 

Ricordate quando eravate piccoli?
L’infanzia, quel passaggio di vita in cui gli occhi di un bambino sono capaci di vedere il bello in ogni cosa su cui li posano con l’autenticità, la purezza e la fantasia con le quali ci credono.
Così non è la fiaba che viene raccontata nella vita ma diventa la vita stessa la fiaba reale.
Spero anche voi abbiate avuto la vostra fiaba preferita, quella che quando non riuscivate a dormire era il jolly speso da mamma e papà, quella che conoscevate a memoria ma che non vi stancavate mai di sentire.
Per me la scrittura, è un pò come le fiabe per i bambini: il luogo di tutte le ipotesi, che può dare le chiavi per entrare nella realtà percorrendo strade nuove.
Ecco, oggi voglio tornar bambina e rivivere quella magia raccontando una storia.

Torino, 3 Giugno 2017.

Se avete letto i miei precedenti articoli questa data vi dirà qualcosa, qualcosa che speravo di non dover mai vivere, raccontare in vita mia, ma così è stato… questa però, è un’altra storia, è l’altra faccia della medaglia, la parte bella di quella triste giornata.
Per contestualizzare e rispolverare la memoria: Sabato 3 Giugno, fu il giorno in cui Torino, in occasione della finale di Champions League Juventus-Real Madrid, fu vittima di una pessima e mancata organizzazione dell’evento, seminando il panico per una ragione non ancora chiaramente esplicitata, provocando 1500 feriti e una vittima.
Io ero una di tutti quei tifosi che per varie ragioni, tra le quali semplicemente tifare la loro squadra e godersi una serata di festa indipendentemente dal risultato, erano lì… ma qualcosa andò storto e quando si sentì quel forte rumore in Piazza San Carlo e tutti iniziarono a correre, feriti, io feci altrettanto, trovandomi, grazie al cielo e non so con quale forza, fuori dalla Piazza sana e salva, se non con qualche ferita.
Ed è qui che inizia l’altra parte del racconto di quella sera.
Una voce maschile ma delicata, premurosa, che capii stesse dicendo a me solo quando mi ci trovai di fronte, si avvicina e quasi timidamente mi chiede se ho bisogno, se sono sola, se sto bene, se sono ferita…
“Sì”, rispondo io, tra un singhiozzo e l’altro dovuto alla paura e all’incredulità di quel che stava succedendo e di essere riuscita a scappare, “sono sola perché ho perso i miei amici nel disordine, ho solo un taglio alla mano ma non sono ferita, tu come stai?” e nel momento in cui gli rispondo, quel ragazzo, di cui a malapena vedevo il volto, a causa degli occhi appannati dalle lacrime e dal terrore, aggiunge “dai vieni, spostiamoci da qui intanto, allontaniamoci”.
Pochi secondi dopo l’aver pronunciato quelle parole sentiamo un altro boato e voltandoci indietro vediamo la folla incontrollata che inizia a correre nella nostra direzione.
In quel momento mi sono sentita inerme, disarmata da tutte le energie, l’adrenalina e le forza che mi avevano portata fuori da quella piazza poco prima, ma quel ragazzo non ha esitato un attimo e guardandomi dritto negli occhi con una voce decisa e grintosa questa volta, mi disse “ora prendi la mia mano e corri”.
Fu esattamente quello che feci, come un robottino, captai chiaramente quelle poche parole e afferrai con tutta la mia forza la sua mano, tesa verso di me e dimenticando del vetro che avevo dentro la ferita di quella stessa mano, strinsi così tanto da bloccare la circolazione mia e sua.
Era l’unica cosa che riuscivo a fare, mentre correvo accanto a quello sconosciuto che era appena riuscito a sbloccarmi in un momento in cui mi sarei sentita persa.
Fu come lo sprint finale di una gara in cui misi tutta me stessa, fino ad arrivare alla caserma dei militari dove si diresse lui, non ne capii il motivo inizialmente, ma nel momento in cui nessuno ci aprì, continuammo a correre fino ad un bar e finalmente ci fermammo.
Entrando, la prima cosa che fece, fu prendere da bere per entrambe, una bottiglia d’acqua gelida, che sorseggiammo fuori da quel bar, seduti a terra, increduli e ancora spaventati mentre fumavamo una sigaretta, cercando di riprenderci e allo stesso tempo di contattare i nostri amici e la nostra famiglia.
“Piacere comunque, disse lui, abbozzando un sorriso, io sono G. sono un militare a Bologna ma sono Siciliano d’origine ed ero qui per tifare la Juve. E tu che ci facevi qui?”
Questa volta sono io ad allungare la mano verso di lui e mi presento “Piacere, sono Irene, Ligure ma vivo e studio a Milano e anche io ero qui per la finale della Juve ma la prossima volta me ne guardo bene. Ah sei un militare (intanto mi cade l’occhio sul suo zaino, da militare), ecco il perché della fermata alla caserma prima”.
E scappa una risata ancora tesa ma umana.
Finalmente, piano piano, la paura iniziava a diminuire e anche la vista tornava un po’ più limpida, meno offuscata, tanto da permettermi di notare gli occhi chiari di quel ragazzo che sarebbe stato un bel ricordo in una notte terribile.
Tornando ad essere lucidi iniziarono una sfilza di chiamate e messaggi per sentire chi avevamo perso nella folla e quando finalmente riuscii a contattare i miei due amici e concordarmi con loro per vederci di fronte al bar, notai che stava avendo problemi con il suo telefono.
In effetti era così, senza batteria e modo di caricarlo il suo cellulare si era appena spento e in un momento del genere era essenziale.
A quel punto ovviamente cercai di aiutarlo in tutti i modi e per fortuna il secolo della tecnologia e dei social media ci ha fornito la soluzione, sfruttando Facebook e scrivendo il mio numero al suo amico, cosicché potessero sentirsi.
Dopo un po’ di tentativi, di messa alla prova della sua pazienza senza perder la speranza, riesce a sentire il suo amico, sta bene e sta venendo al bar.
Sospiro di sollievo ed altra scarica emotiva di adrenalina e felicità.
Mentre aspettavamo, con gli occhi pieni di ricordi di quelle scene, ci raccontammo tutto quello che avevamo appena visto negli attimi precedenti e mi tornarono i brividi lungo tutto il corpo quando lui mi descrisse la scena in cui estrasse da sotto le transenne un bambino ed una ragazza che erano rimasti incastrati. Gli faceva onore quel che aveva fatto trovando la forza fisica ed emotiva di farlo, era emozionante ascoltarlo e al ricordo di questa scena, mi viene ancora adesso una gran voglia di abbracciarlo e se tornassi indietro lo farei sicuramente e senza esitazione.
Era come se fosse diventato il mio eroe quella sera e anche se a lui non piaceva essere definito così perché sosteneva che l’avrebbe fatto chiunque, tra 20.000 persone fu lui a fermarsi e “prendersi cura di me” in quegli attimi, perciò eroe o non eroe, gliene ero e sarà sempre riconoscente.
Dopo poco arrivò il suo amico, si abbracciarono e fu bellissimo stare li a guardarli. Ci presentammo ed è li che dissi loro che sarebbero potuti andare, di stare tranquilli e non preoccuparsi, anche i miei amici stavano arrivando e a breve sarebbero stati li.
Niente da fare, non si mosse da quel bar e la risposta fu “nono ma figurati, non me ne vado, aspetto che arrivino i tuoi amici” e così fu.
Appena li vidi, ci sciogliemmo in un profondo e dolce abbraccio, che speravo non finisse mai e con lacrime di gioia che uscivano incontrollate sui nostri visi, continuavamo ad ispezionarci per assicurarci di stare bene e non avere nulla.
A quel punto andai verso G. quasi con dispiacere dovendolo salutare e ringraziandolo con tutto il cuore per ciò che aveva fatto, gli diedi un bacio sulla guancia e augurando un buon rientro a lui e il suo amico, ci allontanammo.
Passarono un paio d’ore, nelle quali fummo presi dal far medicare la mia mano in ambulanza e dal cercare quel che i miei amici avevano perso, ma, arresi all’evidenza che gli sciacalli approfittarono del momento, ci dirigemmo in un bar per bere e mangiare qualcosa.
In quelle ore il mio pensiero era tornato a quel ragazzo, che provavo a ricordare insieme alla ricostruzione della scena, che non volevo dimenticare.
Mi venne spontaneo desiderare di rivederlo, per un semplice caffè che facesse “dimenticare” o meglio, accantonare, il brutto ricordo di quella serata che ci aveva fatti incontrare in quel modo e potesse essere rimpiazzato con un bel ricordo, nuovo, fresco e felice che fosse andata così bene, alla fine dei conti.
Proprio mentre nasceva questo pensiero, notai numerosi messaggi su facebook ricevuti da persone mai sentite e viste prima e non appena aprii l’applicazione capii che G. aveva dimenticato di uscire dall’applicazione ed il suo account era rimasto connesso nel mio cellulare. Ovviamente pensai subito di disconnettermi dal suo profilo, ma prima di questo, pensai di fare lo screen shot a nome e cognome cosicché avrei potuto cercarlo e aggiungerlo.
Lo vidi come un piccolo segno del destino, in risposta al mio desiderio, che giocava a favore di questo re incontro, servendomi sul piatto d’argento l’occasione che presi al volo.
Lo aggiunsi e gli scrissi. Semplicemente lo ringraziai nuovamente di quel che aveva fatto, evitando di passare da indiscreta, anche perché pensai, avrebbe potuto non apprezzare.
Non fu così. Tutt’altro, mi rispose subito e sembrava felice lo avessi contattato.
Ci domandammo come stessimo prima di ogni altra cosa, se tutto fosse “okay” e continuammo a chiacchierare tutta la notte, facendoci compagnia, cercando di renderla un po’ meno lunga e pesante di quanto in realtà fosse.
Dopo pochi messaggi emerse subito sia per me che per lui, era stato bello incontrarci, ne eravamo felici. Nonostante la circostanza, era stato qualcosa capace di strappare e catturare un sorriso.
Gli dissi dell’idea di concederci quel caffe e al suo accettare ed essere più che propenso, continuammo a parlare, spingendoci anche oltre e pensando di poter improvvisare una visita da me in Liguria, da lui in Sicilia o vederci in giro che fosse Parma, Milano, Bologna o chissà dove, ma venirci incontro.
La cosa sorprendente che tutti questi discorsi venivano così spontanei e naturali.
Eravamo due sconosciuti, con le sensazioni di esserci già conosciuti.
Era come essere già passati e aver anche superato i primi step di conoscenza, timidezza, disagio, eravamo già oltre.
Probabilmente il modo in cui ci eravamo conosciuti era l’elemento che cambiava tutto.
Avevamo rotto il ghiaccio nel momento in cui le nostre mani erano così unite per sconfiggere la paura, da creare una certa intimità e connessione di cui ci rendemmo conto solamente dopo.
I minuti, le ore, i giorni trascorrevano come le nostre vite parallelamente ma in tutto ciò, io e lui continuavamo a sentirci. Non avevamo mai smesso da quella sera.
Passo dopo passo ogni giorno aggiungevamo qualcosa di nuovo. Un primo messaggio audio, dove oltre all’immaginario, subentrava la bellezza di sentire le nostre voci, poi una chiamata, una foto con un sorriso che purtroppo non ci eravamo potuti dare quella sera, il buongiorno, la buonanotte… E in tutto ciò raccontavamo un po’ di noi, della nostra storia personale, scoprendo delicatamente caratteristiche l’uno dell’altro che creavano complicità… Ci piaceva.
A tutti e due piacciono i film romantici, le storie dolci alla Nicholas Sparks che per qualche ora ti fanno sognare a occhi aperti, la buona musica, quella profonda, significativa, con parole che vanno dritte al cuore, l’umiltà e la semplicità delle piccole cose che le rendono grandi…
Non è difficile capire che per entrambi i sentimenti, le emozioni, i valori sono parte fondante delle nostre vite, dei rapporti e delle persone e il farli emergere ed esprimerli nella loro autenticità, senza soffocarli, viene di conseguenza.
Da qui un gioco a ritmo di musica, nota dopo nota, ci mandiamo delle canzoni che abbiano un aggancio con quel che riguarda me e lui e la “nostra storia”, come fosse un pensiero che parla di questo, una dedica.
Ci sveliamo dolci “segreti” facendo un passo indietro sul nostro incontro, ricostruendolo e smascherando quel che non sapevamo. La cosa buffa e bizzarra è che dopo essersi salutati, entrambi abbiamo cercato il nostro nome, entrambe volevamo ritrovarci e non perderci dopo quell’incontro. E mentre uno si dannava con la memoria e tutte le combinazioni possibili nome-cognome, l’altra vagava con i pensieri, finchè le due cose non si sono venute incontro e qualcuno ci ha messo lo zampino, rendendo la risposta chiara con il suo profilo fb aperto sul mio cellulare.
Sembrava una storia da film, una cosa un po’ surreale e questa sua particolarità e specialità era quel che più piaceva, perché la rendeva diversa dalle altre.
Parlavamo un po’ di tutto, di gusti, di scrittura e mi sorprende quando mi dice di aver già letto e apprezzato gli articoli del mio blog, dei miei ultimi esami all’università, del suo lavoro, dei suggerimenti in materia cinematografica e musicale, di turismo, di viaggi, di fiori, scoprendo il nostro preferito e in tutto ciò, escono allo scoperto numerose affinità, nel modo di essere, di pensare, di vivere, che fanno notare ci sia qualcosa in comune tra di noi che non transita inosservato.
E più passano i giorni, più cresce la spontaneità, la curiosità e la voglia di vedersi, perciò iniziamo a pensare a qualche idea.
Qui entra in gioco l’infallibile dote da planner di Nenne e parte alla volta di un travel plan mozzafiato per una fuga di 4 giorni in Liguria.
In mezzo a questo, ogni spostamento è buono per cercare di vedersi, ma in tutti lati positivi della scoperta, si delineano fin da subito anche la rigidità, le regole, le restrizioni e poca organizzazione che non rendono la vita dei militari, un ruolo semplice. Ma sicuramente emerge anche la passione, il senso di appartenenza e orgoglio che lui nutre per il suo lavoro.
Su questo lo appoggio, se le cose fossero semplici, sarebbero per tutti, sono i percorsi ardui, in salita, fatti di sacrifici e rinunce che valgono di più, appagano e selezionano chi davvero crede in qualcosa e ci mette anima e corpo per ottenerlo e raggiungere quell’obiettivo che tanto vale.
Molte cose che avremmo potuto e voluto fare, comunque devono essere rimandate, ma non rinunciamo all’idea di vederci.
È ormai un mese che ci sentiamo tutti i giorni e qualcosa sta cambiando.
Era come se il sentirci iniziasse a non bastare, non perché avessi fretta di accellerare le cose, ma perché non volevo finisse come uno dei tanti rapporti umani che nasce, si instaura, cresce dietro ad un telefono cellulare. Volevo salvaguardare quella natura speciale con la quale era nato e mantenerlo così.
Non fraintendetemi, mi piaceva molto parlare con lui e sentirci, ma iniziai a mandare segnali di fumo e di preferenza piuttosto del sentirci con una telefonata, per non rischiare di far diventare tutto questo un’abitudine da dare per scontato, ma piuttosto sorprendersi con le piccole cose e soprattutto dare priorità al mio amato carpe diem e ai fatti, che valgono più di mille parole.
Sentivo il bisogno di vederlo e da come diceva, era reciproco.
Il mio senso istintivo e anche un po’ impulsivo sarebbero saltati volentieri e senza problemi su un treno anche per vedersi qualche ora e finalmente incoronare l’idea di quel famoso caffe ma li tenevo a bada valutando pro e contro in ogni occasione, ricordando che non sempre si può avere ciò che si desidera.
Ormai era un countdown al breve viaggio in Liguria. Mancava poco meno di una settimana e se da una parte c’erano entusiasmo, curiosità e gioia, dall’altra c’era una brutta sensazione che non mi piaceva ma non riuscivo a mandar via. Era come se una parte di me sentisse che qualcosa sarebbe andato storto. E si sa, quando una donna se la sente, spesso la azzecca.
Pochi giorni prima dal suo arrivo, gli cambiarono i turni, non ebbe i permessi che gli avrebbero consentito di venire e saltò tutto.
Sono sincera, ci rimasi male.
Sapevo che non era colpa sua e probabilmente nemmeno lui ne sarà stato contento anzi, però ero amareggiata, perchè era spiacevole arrivare ad un passo dall’idea di vederci, iniziare ad assaporarla, immaginare il primo momento di imbarazzo quando ci saremmo visti, rimpiazzato poi da mille altre sensazioni che l’avrebbero sovrastato…e invece, rendersi conto che in realtà non sarebbe successo niente di tutto ciò.
Mi ero ripromessa di non costruire aspettative, come avrei potuto? Sulla base di cosa si sarebbero potute generare? Eravamo due sconosciuti, non sapevamo nulla l’uno dell’altro, ci eravamo visti una volta sola, condividendo poco più di una mezzora insieme. In quel contesto, sembrava una cosa da film e proprio per questo motivo sarebbe stato facile tenere i piedi saldi a terra insieme alla parte concreta e obiettiva di me. Ma, ahimè, la parte umanistica, il mio lato di inguaribile sognatrice e romantica, che mette solarità ed entusiasmo in tutto ciò in cui crede come una bambina, prese il sopravvento.
Non me lo rimprovero, perché una cosa è certa, quando mi metto in gioco, quando investo in qualcosa, lo faccio mettendo il 100% di me e dando il meglio. Così feci con quel planning della Liguria e da li credo l’immaginazione iniziò a viaggiare un pochino.
Poi, diciamocelo, chi non sognerebbe almeno una volta nella vita, di vivere una situazione un po’ insolita, tale da farti sentire come fossi parte di una pellicola di un film?
A maggior ragione se la cosa sensazionale è di non dover uscire dallo schermo della tv, staccarti dal libro o svegliarti dal sogno perché è li, è reale e sta capitando a te.
Quel caffè sarebbe stato una cosa semplicissima ma così ricca di significato e nutrita da tutte le parole che ci eravamo detti che stava acquisendo importanza.
E non era tutto frutto di chissà quali sogni, era determinato dal suo esporsi delicato e dolce nei miei confronti e proprio la bellezza e la forza delle piccole cose, avevano iniziato a conquistare la mia attenzione.
Tornando ai fatti, che sono quelli che contano, la verità era che non sarebbe venuto e il mio pensiero che già aveva iniziato a vacillare, sul tema di continuare a sentire una persona senza sapere se mai l’avrei incontrata e conosciuta davvero, si ripresentò, puntuale come un orologio svizzero e bussò alla mia porta.
Cercai di frenare l’impulsività che troppe volte mi spinge ad agire d’istinto e troppo velocemente, provando a lasciare spazio piuttosto al tempo e all’evolversi delle cose nel loro percorso naturale.
Ma il suo comportamento non giocò a mio favore…
I cambiamenti repentini e improvvisi mi hanno sempre scombussolato perché qui soccombe la mia parte più oggettiva, che cerca spiegazioni logiche e quando non le trova e ci si impunta, si salvi chi può, mi intestardisco e finchè non ne vengo a capo…
Così accadde…
Iniziò con “ti chiamo perché voglio spiegarti” senza mai farlo, proseguendo con il farsi sentire meno, non rispondere ai messaggi, avere questo umore lunatico bipolare e difficile da comprendere e tutto insieme nel mio vocabolario sta sotto la voce “sparire/cambiare senza un senso”.
Infatti un senso non ce l’ha. Qui si, ero delusa e anche arrabbiata. È vero che non ci si deve mai pentire di qualcosa che nel momento in cui è stato fatto ci ha reso felici, però, dal momento che tu resti bene o male nella tua confort zone, senza metterti troppo a rischio ed è il rischio spinto da qualcun altro che avanza un po’ verso di te, si espone quel tanto che basta per sbloccarti, come aveva fatto quella sera del Sabato, in mezzo alla strada, la calma logica scompare.
Ero stata trasparente fino a quel momento, perché sono fatta così, perciò non era difficile capire le regole basi su cui sviluppavo i miei rapporti con le persone, come ad esempio la sincerità e la maturità di spiegare la situazione dicendo la semplicissima verità.
Non ci eravamo promessi sposi, di andare a vivere insieme o fidanzarci all’istante perciò non riuscivo a spiegarmi come potesse cambiare da quel che era stato fino a quel momento, dimostrando interesse ed attenzione nei miei confronti, a questo menefreghismo superficiale. Provavo a trovare la spiegazione ma niente da fare, non ci riuscivo e più ci pensavo più mi convincevo che non aveva senso e che ero stata comunque una sciocca, che era anche colpa mia. Mi ero lasciata prendere ed incantare quel minimo, dalla magia della situazione, dedicando tempo e attenzioni ad uno sconosciuto che magari a parole può essere capace di dipingersi in un modo e a fatti, che mai seguirono, disconfermarsi all’istante.
Chi glielo ha fatto fare di recitare la parte con me? A che fine? A che scopo? Se tanto mai ci saremmo visti… My head was a jungle.
Quando la rabbia piano piano allentava la presa ci fu il modo di riprendere un po’ i contatti. In maniera poco chiara comunque si sentiva la differenza e non si veniva a capo di quel suo cambio di atteggiamento, anche perché la voglia di vedersi era rimasta, a meno che le sue parole non fossero davvero una manciata di bugie.
Avrei voluto premere rewind, ripartendo da capo e fermandoci all’inizio… senza lasciare che tutti i social influissero e intralciassero in qualche modo.
Mi sono fidata del destino di incontrarci, della tenacia di volerci trovare e vedere perciò fermiamoci qui al ” spero avremo modo di vederci per un caffè e festeggiare sia andato tutto bene”. Come sarebbe andata?
Immaginate se non esistesse il telefono, forse sarebbe stato tutto diverso. Se ci fossimo mandati lettere, iniziando una corrispondenza magari…
Ma sapete che c’è?
Ci siamo troppo dentro per tenercene fuori, siamo millenials e che ci piaccia o meno dovremo convivere con questo e sfruttarlo a nostro favore oppure ignorarlo.
Sinceramente, certo, continuo ad essere una di quelle persone che predilige e preferisce decisamente uno sguardo, una carezza, un sfiorarsi le mani, un abbraccio, un bacio dal vivo che qualcosa dietro ad un telefono ma sono anche una di quelle persone che crede, perché mi è successo, a delle cose cliché iniziate magari con un sms…
Credo alle storie come quella della mia migliore amica Francese che per un anno è stata in Australia e vivendo la sua vita, senza privarsi di nulla, della sua libertà prima di tutto, ha continuato in maniera spontanea e naturale a parlare con questo ragazzo, sconosciuto, che piano piano le ha suscitato la voglia di vederlo e conoscerlo una volta tornata in Francia e che ora non è altro che un suo grande amico e il suo fidanzato! Ci credo!
Credo alle cose che accadono e hanno un perché, credo alle deviazioni della vita che ti prendono alla sprovvista ma che significano qualcosa, credo che tutto quel che succede, accade per una motivazione ben precisa e credo anche che finché non arrivo al cuore di questo perché, non mi fermo. Sono fatta così.
Tornando alla storia…
Per scoprire se quella comunicazione promettente avrebbe potuto davvero avere un senso, l’unica cosa da fare era vedersi.
Ci furono altre situazioni e pazze idee alla Nenne in cui si sarebbero potuti vedere ma sembrava che per qualche motivo il destino che li aveva fatti inciampare l’uno nell’altro, adesso, per qualche altrettanto bizzarro motivo non li volesse far incontrare e fosse diventato un loro avversario.
Ci sarebbe ancora una grande occasione, prima che io parta per l’estero. Sarebbe quasi la prova dei 10. Io sarò in vacanza con amici, lui libero dal lavoro, turni, orari perciò qui davvero il volere è potere si racconterà.
Però è anche vero che quando alla fine le hai provate tutte, ma dall’altra parte continua a spegnersi l’entusiasmo che tu hai generato con la voglia di fare magie, allora forse devi fermarti, non puoi più fare altro che sia sotto il tuo controllo.
Va benissimo essere l’onda del mare che infrangendosi contro gli scogli non si stanca mai di riprovare, ma fino ad un certo punto in cui vale la pena farlo e soprattutto se dall’altra parte c’è una persona che ti regge il gioco e fa di tutto per diventare il tuo partner in crime.
Se alla fine dei conti, sei la sola a giocare fino in fondo il risultato é 10-0 senza partita, senza sfida, senza tentativi… non significa arrendersi, significa accettare che nella vita non tutto può essere gestito da te, sotto il tuo controllo e soprattutto andare come tu vorresti nonostante ci abbia provato davvero.
È questione di complicità con le persone… ci sono quelle amiche che chiami poco prima e con le quali improvvisi una fuga da qualche parte last minute e sono con te per queste follie della vita, altre che per un motivo o per l’altro ti bocciano questi crazy moments e dopo 1-2-3 capisci che tu hai fatto quel che volevi/potevi fare ma magari è il momento che loro inizino a giocare per riequilibrare la partita! Se così non è, vittoria schiacciante per te e poco hai perso.
E ricordate… sempre meglio qualche parola in meno e una piccola dimostrazione in più, fatta di gesti e azioni svolte, che mille parole capaci di incantare, senza che successivamente arrivi nemmeno l’ombra di un fatto.
Comunque andrà sarò riconoscente a quel ragazzo di essere stato capace di sbloccarmi, effettivamente e per davvero, quella sera, togliendomi da in mezzo ad una strada ed iniziando a correre e, metaforicamente, nella vita, riaprendomi ad emozioni alle quali, forse per paura, non mi affacciavo da un po’ e ricordandomi che nella vita non importa cosa troverai alla fine della corsa, ma di quel che provi mentre stai correndo.
Il resto viene da se, come un mix di destino, carpe diem, circostanze, comportamenti che portano a qualcosa e come dice mia nonna da quando sono piccola “se son rose sbocceranno”, in ogni questione, se deve essere, sarà.
Magari fa anche il giro del mondo e impiega il suo tempo.
Noi dobbiamo essere pazienti e andando avanti con la quotidianità, mettere in stand-by, quasi dimenticandocene e saper aspettare. Se ne vale davvero la pena e quando meno te lo aspetti arriverà a destinazione e sarà il momento e il tempo giusto per quella cosa.
Sapete quando da piccoli, assaporando qualcosa che c’entri con la forza dei sentimenti si mandano i bigliettini d’amore, le dichiarazioni d’affetto, le lettere d’amore?
O da grandi, con i colpi di fulmine in metro, in università, ai concerti, dove ognuno se ne inventa una…chi scrive ai giornali, chi appende ingiro annunci e foto, chi usa spotted su gruppi di fb e chi come me ne scrive una storia e basta.
È una cosa che ho sempre avuto…già alle elementari ero quella che veniva rimproverata dalla maestra, oltre che per la parlantina (quella sempre avuta), per la mia propensione da penna facile che mi distraeva dalle spiegazioni e venivo completamente assorta dalle mie parole d’amore. Probabilmente è dentro di me questo bisogno e desiderio di parlare, credere e vivere d’amore.
E sono convinta del fatto che esistano varie forme d’amore nei rapporti, non necessariamente si debba essere una coppia per provare amore, al contrario. Un rapporto con il tuo amico gay può essere una bellissima forma d’amore, l’incontro con uno sconosciuto a modo suo può essere una forma d’amore, la sintonia che trovi con una città o un territorio può essere amore.
E così cerco lo straordinario al posto dell’ordinario, cerco la particolarità l’originalità in cui possa esprimere il mio entusiasmo, la mia voglia di avventura e di specialità, la mia propensione alle pazzie per rendere la vita mia e di chi mi sta accanto una favolosa e continua avventura e viaggio alla ricerca di novità.
Non affiancatevi a chi reprime i vostri modi di essere ma a chi riesce a tirarli fuori e a farli esprimere al meglio, assecondandovi o comunque lasciandosi travolgere dalla vostra voglia di fare e di mettersi in gioco nella vita!
Tenetevi stretta la vostra testardaggine di credere e inseguire i sogni, la determinazione e impulsività di fare pazzie e mantenere la parola su qualcosa e farlo.
Forse ci sono persone al mondo che soffrono di overdose emotiva, hanno talmente tanto da dare, stanno bene nel farlo, rendendo gli altri felici che non vedono l’ora di farlo.
Si dovrebbe solo imparare a saper gestire questo dolce altruista bisogno per permettersi di rimanere in equilibrio con se stessi e trovare chi capisca, apprezzi e si prenda cura di questa bellissima patologia.

Qui finisce la mia storia.
Ho una domanda per voi prima del gran finale: Vi siete mai innamorati di un sogno?
E adesso…

Esisterà davvero questa persona, questo Mr. x oppure è solo frutto della mia fantasia, di un incontro iniziale andato avanti con l’immaginazione e le aspettative di una sognatrice?
Realtà o sogno che sia, siate voi gli scrittori di questa storia e decidetene il finale.

Credete che sia davvero andata così, che ci sia stato un seguito dopo quella sera a Torino… che succederà? Si vedranno? Ovunque, in Italia/ Spagna/ Europa che sia, mantenendo vivi i rapporti e il desiderio di vedersi oppure no e capiranno che non è cosa e lasceranno perdere senza nemmeno provarci?

Oppure siete l’altra parte della giuria che si ferma e più concretamente opta per la versione “è stato bellissimo quel che è successo e come è successo vista l’occasione, ma la loro storia è iniziata e conclusasi con quel bacio di ringraziamento e di addio quando si sono salutati al bar”.

E in tutti e due i casi, quale è la vera personalità di questo ragazzo che a tratti è la persona sensibile che si è dimostrata quella sera dall’ottima impressione e allo stesso tempo una completamente diversa un po’ irriconoscibile.

Versione “Se un sogno ha così tanti ostacoli significa che è quello giusto” oppure ” Qui si aspetta un treno che non passa? e se pare essere un miraggio irrealizzabile, meglio cambiare rotta”.

A te la scelta piccolo-grande lettore, metti il tuo the end, colora come più desideri questa storia e qualsiasi sia il finale, il suo titolo sarà sicuramente, STRANO MA BELLO.

Nenne

 

 

 

 

 

 

 

 

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5 thoughts on “Strano ma bello.

    • Dear Stacey,
      How nice to hear from you!
      You’re totally right and thank you for being always interested in my blog and writing. Of course I will. As soon as I am a bit free from job I will translate it for all of you, beautiful people who speaks my lovely English! Trust me, I will, I just ask a bit of patient for it but I promise I will! Thank you again,
      Hope everything is going well,
      Miss Australia and you!
      All the best
      Irene

      Like

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